Il Corriere Vinicolo – N. 36 del 19 novembre 2018

In Piemonte tra le colline della Valle Bagnario, a una trentina di chilometri da Alessandria un giovane imprenditore di Strevi, Silvio Bragagnolo, titolare della Bragagnolo Vini Passiti, assume giovani africani richiedenti asilo per la vendemmia da quattro anni.

Quest’anno ha impiegato nella raccolta dell’uva dodici ragazzi di varie nazionalità (Mali, Marocco, Nigeria, Senegal, Congo, Guinea) e di lingue e religioni diverse.

vendemmia a Strevi con rifugiati

È contento di aiutarli: “Sono bravi ragazzi, tristi perché lontani da casa e dalle loro famiglie. Chiusi in appartamenti o in giro per strada hanno poche occasioni d’integrarsi. Quando fai la vendemmia hai uno scopo. Non importa il colore della pelle, il ceto sociale, la religione, non importa niente: ti alzi presto, lavori, pranzi ritorni al lavoro fino alla sera, vai a letto stanco. È vera fatica, ma si sentono partecipi, lo vedi dai loro occhi” ci racconta.

silvio-bragagnolo-vendemmia-vino-lavoro

Spiega anche che non sono tutte rose e fiori, che a lavorare con persone di culture diverse di difficoltà ce ne sono. Ma le soddisfazioni sono maggiori. E l’intenzione sua, come di altri che stanno facendo esperienze simili, è di continuare così in futuro.

Magari, in un quadro di certezza del diritto che offra un orizzonte stabile e di lungo periodo agli imprenditori. Se vogliamo che l’agricoltura – e in questo caso la viticoltura – offra opportunità reali di integrazione è necessario superare il carattere episodico che hanno queste esperienze, magari anche attraverso un nuovo ruolo, più proattivo, dei Centri per l’Impiego. Le imprese devono essere informate per tempo su queste opportunità, con il supporto necessario per selezionare, formare e inquadrare questo personale in maniera agevole. Solo così si riuscirà a rendere strutturale un percorso occupazionale oggi, ancora, affidato alla buona volontà di qualche imprenditore e all’impegno delle associazioni attive nel sociale.

In the Land of Passito and Moscato

Bragagnolo Vini: an history of excellence made in Italy

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The history of Bragagnolo Vini Passiti started in the ’30s with a sharecropping contract. At that time. the Company had a mixed nature: it consisted of a cellar. woods and lands cultivated in cereals. mulberry trees for silk worms. cherry-trees. grapes and fodder for oxen. The reputation of the Company arrived quickly thanks to the quality of white and red wines. Then the hard work and the passion led to the specialisation in the production of Passito wines made of the best Moscato and Brachetto grapes, two excellences of this area. The vineyard management has always been characterised by the respect for the earth ecosystem. considering the soil and the life that grows on it as an indivisible body and soul.

Passiteria

Passiteria born from the renovation of the cellar at the end of 800 is the only worldwide premise with such an identity. It is an innovative and elegant place where hosting passionate people in the heart of Bagnario Valley and let them enter in the reality of Passito wines and of their combinations. Guests can relax with a glass of Passito wine. tasting it alone or enhanced by exclusive combinations. reading a book or smoking a cigar. listening to music or during a pleasant evening with friends. The Passiteria can be reserved – upon reservation – for conferences. cocktails. private parties and weddings

Tourism in Alto Monferrato

Here you can taste a glass of Passito with combinations. to enjoy a guided tour through the vineyards and woods of Bagnario Valley. to admire from the scenic spots fascinating vineyard lands – UNESCO heritages – to learn and discover the crafts of the countryside and to visit the cellar.

Our Services

  • Free or guided walking
  • Tasting with combinations
  • Credit card payments
  • Shipment at home of the purchased goods
  • Bikes. cars. mini buses and helicopter parking
  • Toilets with shower

Il paese di Strevi da sempre lega la sua storia e le sue sorti al vino. Secondo alcuni documenti storici la Valle Bagnario – cru di eccellenza delle terre di Strevi – può essere identificata come la zona di origine del moscato passito. Per produrlo si scelgono i grappoli di moscato più sani e spargoli e si sistemano su graticci ad appassire in ambiente aperto. Poi le uve si pigiano e il mosto ricavato si mette a fermentare con parte delle bucce. L’affinamento, che avviene in botti in legno, dura almeno 12 mesi. Il risultato è un vino che può vivere per decenni integro e potente, dal colore giallo oro con riflessi ambrati e dal sapore dolce e armonico con predominanza di frutti maturi.

Stagionalità

La raccolta delle uve avviene manualmente tra la fine di agosto e la metà di settembre. Il vino può essere immesso al consumo dopo 2 anni dalla vinificazione.

presidio Slow Food Moscato Passito della Valle Bagnario

Area di produzione

Valle Bagnario del comune di Strevi, in provincia di Alessandria

I Presìdi sono progetti di Slow Food che tutelano piccole produzioni di qualità da salvaguardare realizzate secondo antiche pratiche tradizionali.

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Articolo scritto da Fabio Molinari per Barolo & CO

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Nel settembre 1917 Carlo Alberto Salustri, più noto come Trilussa, aveva 46 anni ed era un poeta affermato sulla scena nazionale. A Strevi, ospite del cavalier Balbi, apprezzato produttore di vino e fornitore di casa Savoia e del Vaticano, scrisse voci lontane. Lo ispirarono queste colline, dove la cantilena che proveniva dalla campagna di sera – quasi come il canto delle sirene – rischiava di far dimenticare, nella rilassatezza dei sensi, il dolore della guerra.

strevi-passito-doc

L’estate del ‘17 fu difficile climaticamente, segnata da piogge abbondanti che resero ancora più duro il fronte dove si stava combattendo la fase più sanguinosa del Primo conflitto mondiale. Non sappiamo come fu quell’annata del Moscato passito di Strevi (l’attuale denominazione Strevi sarebbe arrivata ottant’anni più tardi) ma, cercando nelle cantine del paese, forse è ancora possibile scovarne una bottiglia per togliersi la curiosità: perché, se esiste un elemento che contraddistingue queste vino, è proprio la straordinaria longevità.

Il 1917 fu anche un anno di profonde rivoluzioni che scossero l’Europa. Lo Strevi, invece, è un vino che ha fatto la sua rivoluzione nel restare uguale a sé stesso, inalterato nei processi produttivi.

La Doc Strevi viene riconosciuta solo nel 2005: all’interno del disciplinare è definito come un vino passito da uve Moscato bianco, al 100% coltivate all’interno del territorio di Strevi.

I terreni sono ubicati, sempre per disciplinare, al di sopra dei 160 metri slm, ben soleggiati e con una composizione prevalentemente argillosa-marnosa e calcarea.

Le rese sono basse, non superiori a 6 tonnellate l’ettaro.

A caratterizzare il processo di produzione dello Strevi è quanto accade dopo la raccolta delle uve, per ottenerne l’appassimento graduale.

La tradizione della Valle Bagnario

È a questo punto che la terminologia del disciplinare lascia spazio ai saperi di un territorio leggendario, la Valle Bagnario, che, secondo i documenti storici, può essere identificata come la terra di origine di questo vino. Già nel 1078 – hanno portato alla luce gli studi di Antonio Repetti – si ha notizia di una vendita di vigne site in località Bagnario. Cinquecento anni più tardi è invece una missiva del tribunale di Casale a chiedere dei vitigni di “moscatello” per una vigna di proprietà del “serenissimo Duca di Mantova”.

Il passito della Valle Bagnario nei secoli si afferma come un piccolo gioiello, però marginale dal punto di vista produttivo. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento si contano sul territorio almeno quattro grandi cantine, tra cui quella del Cavalier Balbi dove venne ospitato Trilussa, però attive, soprattutto, per produzione e commercializzazione di spumante.

In Valle Bagnario sopravviveva, contemporaneamente, la tradizione contadina di un vino antico come il Moscato passito. Era quasi un unicum in Piemonte dove la tecnica dell’appassimento restava abbastanza limitata: oltre a Strevi si aveva notizia di passiti solo a Canelli e a Caluso. Per produrre il Moscato passito di Strevi si usava sfruttare il calore naturale del sole di fine estate e inizio autunno così da concentrare gli zuccheri.

Alcuni giorni prima della vendemmia si selezionavano i grappoli migliori, con acini piccoli e spargoli, mai quelli in punta di tralcio. Una volta raccolte, le uve venivano portate in cascina  dove erano riposte sui graticci di legno fissati ai muri più soleggiati.

Nel 2000 (un lustro prima della Doc) un gruppo di produttori ha costituito l’Associazione Produttori Moscato Passito della Valle Bagnario e ottenuto un presidio Slow Food – tuttora attivo – per tutelare i tempi e i processi produttivi di questo vino.

Il disciplinare che i produttori si sono dati sottolinea ancora, come centrale, l’appassimento delle uve che avviene direttamente al sole o in fruttaia coperta (c’è anche chi ha ideato un particolare sistema di vele che permette di schermare le uve sfruttando più che i raggi del sole, la brezza calda che asciuga). In questo periodo le
uve sono tenute costantemente sotto controllo, i grappoli con muffe vengono eliminati e gli acini osservati uno ad uno. In poco meno di due mesi viene perso il 60% del peso iniziale.

Terminato l’appassimento, è possibile procedere all’operazione (difficoltosa) di torchiatura seguita da una lunga fermentazione con parte delle bucce mondate dai vinaccioli e dalle scorie.

Questa si arresta a un grado alcolico alto: circa 13,5 – 14 gradi. A questo punto si procede al passaggio in botte (o in acciaio inox), anche per un anno, e successivamente in bottiglia dove il
vino resta almeno altri sei mesi per affinarsi.

La commercializzazione, da disciplinare, è possibile solo due anni dopo la vendemmia. Attualmente la superficie vitata complessiva dello Strevi è di 2,5 ettari, di cui circa l’80% prodotto nell’ambito del territorio della Valle Bagnario e quindi dell’Associazione Produttori che conta sei aziende aderenti. La produzione complessiva è di circa 150 quintali di uva: questi, trasformati in vino, equivarranno a non più di 20.000 bottiglie finali (da 0,375).

Strevi tra storia, gastronomia e leggenda.

Secondo la ricostruzione settecentesca del poeta tedesco Hans Bart il nome di Strevi si lega a una curiosa leggenda (e al vino). In un’epoca antica, in una delle cascine del luogo, arrivarono dieci fratelli che furono accolti dal padrone di casa con generose coppe di vino locale. Sette di loro approfittarono dell’ospitalità per bere fino a quando non caddero nel sonno, ormai completamente
ubriachi. Gli altri tre invece preferirono bere con morigeratezza. Il giorno dopo, al momento di riprendere il cammino, i tre sobri erano pronti, mentre i sette ebbri preferirono dormire.

Così mentre i primi, dopo aver percorso alcuni chilometri, fondarono il borgo di Trisobbio, i “Septem Ebrii” stregati dalla bellezza del paesaggio e dall’ottimo vino che qui si produceva preferirono fermarsi e diedero vita al borgo di Strevi. Più aderente alla realtà l’interpretazione dello storico locale Italo Scovazzi che propende per un’origine dal latino “Septemviri” (collegio sacerdotale romano) a testimonianza dell’importanza del borgo già intorno al I sec. AC quando era un punto di sosta sulla via Emilia Scauri che congiungeva la Liguria a Tortona.

La prima citazione ufficiale di Strevi compare nel X secolo, all’interno della Charta di fondazione dell’Abbazia di S. Quintino di Spigno. La costruzione dell’odierna Strevi, nel borgo superiore,
inizia invece nel Quattrocento quando alcune famiglie benestanti erigono qui le loro dimore. Il borgo si struttura come roccaforte militare intorno al castello che conserva ancora il grande scalone e l’imponente camino dei conti Valperga. Altrettanto importante, da un punto di vista architettonico, la chiesa parrocchiale che nell’abside reca testimonianza del suo primo utilizzo come bastione militare.

Per trovare i tesori più importanti bisogna però volgere lo sguardo alle pareti interne, con le opere del pittore Ivaldi di Ponzone detto “il muto” e una stupenda riproduzione del San Michele  Arcangelo di Guido Reni. Altrettanto ricca la dotazione enogastronomica, che il Comune ha voluto valorizzare con l’apposizione della De.Co. (denominazione comunale) su diversi prodotti. La cucina è quella tipica dell’Acquese e della Valle Bormida, con le torte di verdure di influsso già ligure, le zucchine che crescono copiose nelle aree pianeggianti, ai primi gli agnolotti e le paste
fresche come la “Regina di Strevi” De.Co.; tra i secondi sono le carni a dominare la scena accanto al coniglio e allo stoccafisso. Il piatto più rappresentativo della cucina locale è,  però, una ricetta povera, tipica della cucina di strada – la farinata – ovvero una sorta di panella preparata con la farina di ceci e cotta nel forno a legna.

Il reparto dolce (e non poteva essere altrimenti in un paese che lega la sua fama proprio ai vini da dessert) è molto ricco, a partire da amaretti e torrone, contrassegnati dalla denominazione
comunale. I primi sono prodotti con mandorle (oppure nocciola) e albume d’uovo, lavorati a mano; il secondo contempla nocciola, della varietà Tonda Gentile (la stessa che è alla base anche della torta di nocciola, altro prodotto De.Co.), miele, albume e zucchero, impastati e cotti a bagnomaria per alcune ore. De.Co. sarà anche un dolce al cucchiaio che qui si lega ancor più fortemente al Moscato: lo zabaione.

Il Brachetto 2016 degustato a Roma nell’ambito di Piemonte a Palazzo. «È il frutto di una vendemmia perfetta» dicono i produttori piemontesi. Intanto il mercato dà segni di ripresa. Ricagno: «Segnali non eclatanti, ma che oggi fanno sperare».

Cominciamo dalle notizie positive. Per la prima volta, dopo mesi di stasi, complice il periodo natalizio che da sempre è traino delle bollicine, le vendite di Brachetto hanno segnato un bilancio positivo. «Non grandi numeri né indici eclatanti, ma si tratta comunque di indicatori che oggi fanno ben sperare» spiega il presidente del Consorzio di Tutela, Paolo Ricagno di ritorno da Piemonte a Palazzo, la vetrina dedicata al vino piemontese, organizzata da Piemonte Land of Perfection, il consorzio che ottimizza le risorse per le attività di valorizzazione dei Consorzio di Tutela, che si è svolta il 30 novembre scorso nella Capitale.

«È stata una giornata intensa – dice Ricagno -. Avrei voluto più spazio per il Brachetto – ammette -, tuttavia – aggiunge – essere al centro di una rassegna che ha visto la partecipazione di una cinquantina tra blogger e giornalisti specializzati è stata una ottima occasione per creare contatti e relazioni con il mondo della comunicazione».

C’è da dire che a Roma è stato presentato il Brachetto 2016, frutto di una vendemmia perfetta, forse la migliore di sempre, ma con quali prospettive commerciali?.

A un paio di mesi dalla raccolta 2016 le domande vanno poste a chi il vino lo fa.
Per tracciare un bilancio del Brachetto docg nella grande distribuzione bisogna dare voce a un pool di esperti. Sono quelli di Duchessa Lia, il brand che fa parte delle Cantine Capetta, una delle realtà più innovative e nello stesso tempo storiche del panorama vitivinicolo piemontese con posizioni leader nel comparto della GDO in Italia.

«La piemontesità e il forte rapporto con il nostro territorio sono la nostra caratteristica principale – mette in chiaro da subito Riccardo Capetta, esponente della famiglia che è a capo del gruppo con sede a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo -. Il Piemonte è terra di grandi vini e noi lo ribadiamo, convinti come siamo che in un mercato sempre più globalizzato questo sia un plus, un valore aggiunto per i nostri vini, Brachetto in testa».


Gli fa eco Chiara Del Tufo, giovane responsabile marketing dell’azienda. Anche lei esponente della famiglia di industriali del vino dice: «Sul Brachetto, soprattutto sulla versione spumante, abbiamo investito e investiremo molto anche attraverso i nuovi media, come i socialnetwork».
Paolo Bussi, giovane enologo di Casa Capetta racconta di una vendemmia del brachetto 2016 con uve sane e buone: «Grande prodotto in vigna che ha espresso notevoli valori in Cantina». Per Capetta di mercati parlano Flavio Giaccardi (Italia) e Roberto Robba (Estero). «In Italia la grande distribuzione organizzata è il mercato di riferimento per il nostro Brachetto e siamo convinti che il futuro per questo vino non possa che essere in crescita con il contributo di tutta la filiera». Dice Robba: «Oggi i mercati che offrono le chances migliori all’estero sono gli Stati Uniti d’America e l’Asia, con tutte le cautele necessarie. Ma alla base ci deve essere la conoscenza del prodotto».
Infine un accenno all’Acqui Dry, la nuova tipologia di spumante rosè non dolce da uve brachetto che il Consorzio ha intenzione di lanciare. «È una opportunità nel solco delle richieste di un mercato delle bollicine sempre più esigente. Sfrutteremo l’occasione» assicura Riccardo Capetta.

Ma il Brachetto non è solo spumante. Lorenzo Cavallero, titolare dell’omonima Cantina di Vesime, nel cuore della Langa Astigiana, è da sempre alfiere del Brachetto d’Acqui docg “tappo raso”. «La vendemmia 2016 darà un Brachetto “tappo raso” che rispecchia in pieno cosa deve essere un vero Brachetto, cioè non somigliare al Moscato» dice e corregge così chi, sbagliando, accomuna il brachetto con il moscato. «Anche se sono due uve aromatiche e dolci – spiega -, brachetto e moscato, sono molto diverse e danno origine a vini decisamente non uguali tra loro. Quest’anno avremo un Brachetto unico e irripetibile da degustare sempre e magari non solo coi dolci».

E a proposito di dolci ecco l’analisi di Silvio Bragagnolo da Strevi, giovane produttore «di passiti e di altri vini» come ama definirsi. «Annate come quella 2016 con uve belle e sane aiutano molto il lavoro di vinificazione, ma per i passiti gli accorgimenti non bastano mai. Tuttavia possono affermare che il prodotto 2016 sarà certamente una punta di diamante».

Una pietra preziosa dell’enologia piemontese con i riflessi rosati del Brachetto. Non può che essere un ottimo segnale.

In chiusura ancora le dichiarazioni del presidente Paolo Ricagno. «I presupposti ci sono tutti – dice -: abbiamo avuto una grande vendemmia con uve eccellenti, un clima ideale, in Cantina il Brachetto ha espresso tutte le sue potenzialità migliori. La filiera ci crede. Le aziende, i produttori, il Consorzio, pure. Sono convinto che anche la nuova tipologia dello spumante non dolce Acqui Dry docg aiuterà a recuperare quote di mercato».

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La Stampa – Martedì 7 GIUGNO 2016

L’uva matura sulle colline della Valle Bagnario, tra i sentieri dei percorsi Slow Food e i borghi medievali: cresce scaldata dal sole.
E, soprattutto, dalla passione. Nel vero senso della parola.

Così Silvio Bragagnolo ha deciso di chiamare i suoi vini: «Perché è con quella che li facciamo: è un periodo cupo, ma bisogna andare avanti, crederci, impegnarsi ». Avere «determinazione» ed «entusiasmo»: altri termini chiave. Ogni annata di Passione, infatti, si riconosce da un aggettivo o da un nome (ci sono anche «Perdono» e «Noi»). «Entusiasmo» 2008 è l’etichetta che ha convinto anche i giudici del prestigioso Concours Mondial de Bruxelles, 23ª edizione, che quest’anno si è tenuto in Bulgaria.

Trecento degustatori professionisti, provenienti da oltre 50 nazioni diverse, hanno assaggiato 8750 campioni di vino da 60 paesi.

E la Passione di Bragagnolo ha avuto la medaglia d’oro: «È stato un grande risultato, ha dovuto ottenere un punteggio complessivo fra 92,5% e 100% da sei diversi giurati con palati assuefatti a gusti completamente differenti, dai russi abituati al caviale ai nordici mangiatori di carne di cervo».

7 GIUGNO - IL PASSITO PASSIONE STREVI MEDAGLIO D'ORO

E non è la prima volta che la Passione contagia Bruxelles: capitò già nel 2014 con «Noi», un Passito del 2007. Affianco a Silvio, che ha 37 anni e si chiama come il nonno da cui tutto nacque, uno staff speciale: il papà Renato, la mamma Teresa, e la moglie Francesca con la quale ha avuto due bimbi.

Domenica offrivano i loro vini, abbinati a un assaggio di carne cruda, ai turisti (tanti stranieri) in siesta dalla passeggiata Slow Food. Silvio era il cicerone tra la cantina, la «passiteria» e l’azienda vitivinicola: «Il segreto? È abbinare tradizione e innovazione». Il nuovo al servizio del passato.

Un percorso, di crescita continua, stilizzato anche nelle etichette: «Non ce n’è una uguale all’altra, ma se le metti vicino sembrano formare idealmente un unico sentiero». Qui, oltre  alle vigne, anche il maiale, i polli, le galline buy cytotec online. È una fattoria, con lo spirito di una volta. E Silvio ne è il poeta: quando parla della sua Passione la definisce «un pentagramma dove scrivere le note», perchè nel
vino «bisogna metterci il corazon », e anche, e soprattutto, saperlo raccontare.

«Vedete? Ho la pelle d’oca se penso a queste terre: qui sono sette secoli che si coltivano uve aromatiche, del primo Moscato abbiamo tracce due anni prima del Nebiolo. È emozionante ricordarselo». Da Bragagnolo fanno anche il Passito di Acqui Brachetto doc: quello del 2012 si chiama «Talento».

 

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